Arté: il tè e l’arte raffigurativa

Se si vuole, per un divertissement squisitamente intellettuale, ricercare nella storia dell’arte e della grafica una raffigurazione di tazze fumanti di tè e tavole apparecchiate con i bagliori argentati delle teiere, nulla di meglio che farsi guidare più delle parole dello scrittore giapponese Okakuro Kakuzo che nel libro Lo Zen e la cerimonia del tè scrive:

Esiste un tè buono e uno cattivo, così come esistono dipinti belli e altri brutti – questi ultimi più frequenti. Non esiste ricetta per preparare il tè ideale, così come non ci sono regole che consentano di creare un Tiziano o un Sesson.

E aggiunge:

Il tè è un’opera d’arte, e solo la mano di un maestro può renderne manifeste le qualità più nobili.

In questa sede ci siamo divertiti a selezionare quattro artisti che hanno del tè, e del rito che vi ruota attorno, catturato aspetti diversi; esprimendosi ognuno con tecniche che appartengono alla propria identità artistica, e che ben si inseriscono nel contesto storico e sociale vissuto dai quattro autori.

In una delle sue ultime opere il pittore Giuseppe de Nittis nel 1883 – rifacendosi ad un tema caro alla corrente impressionista, e ad opere di colleghi quali Manet (Colazione sull’erba) e Renoir (Colazione dei canottier) – dipinge la sua Colazione in giardino. Nel quadro vengono ritratti la moglie dell’autore, Léontine, ed il figlio Jacques, mentre si trovano al tavolo della prima colazione, che si tiene nel giardino di casa, in quella che sembra una bucolica e soleggiata mattina di primavera. La composizione è aggraziata e ben equilibrata, e presenta un controluce che esalta il colore verde brillante dell’erba, che ben si contrappone al candore delle anatre che vagano per il giardino.

La madre, ritratta in una posa materna e protettiva, rimane completamente in ombra, mentre la luce sfiora il figlio (luce di giovinezza e vigore, come lo è la luce delle giornate primaverili), intento a lanciare briciole ai volatili. Una terza apparecchiatura attende l’autore, a suggerire che forse l’artista è rimasto così affascinato dalla scena, da volerla immediatamente immortalare abbandonando la colazione. La tavola imbandita è ricca di suppellettili : cristalli e porcellane che illuminano la scena con bagliori ricchi e vibranti, sono un chiaro esempio del virtuosismo tecnico e della cura per i dettagli che ha caratterizzato l’intero lavoro di De Nittis.

Se con De Nittis abbiamo la raffigurazione di un tranquillo squarcio di vita piccolo borghese che svolge in un rigoglioso giardino, il pittore belga Gustav Max Stevens ed il suo Quiet Pleasueres ci presentano una giovane donna che, in un interno borghese, legge attentamente un libro che poggia ad un secondo volume, forse a suggerire non tanto una lettura di svago, quanto più il dedicarsi al profondo studio di una materia. L’interesse della donna sembra unicamente indirizzato allo studio, ma la mano che tende verso la tazza fumante, ci dice che il profumo della bevanda deve essere davvero tentatore. E forse agli afrori del tè si uniscono quelli dei dolcetti, speziati e fragranti, che richiamano nei colori l’incarnato e la capigliatura della donna ritratta. Se nel quadro di De Nittis i fiori sono quelli di un giardino, in quello di Stevens fanno bella mostra di sé in un vaso dalle sfumature rosate (che ben si sposa con il rosa acceso, il burgundy e il prune color del bouquet e dell’abito della donna) e nella tovaglia stesa a protezione del tavolo. Il richiamo alla natura prosegue poi nel ramage della carta da parat, e con gli alberi ed i cespugli che riempiono la scena in un quadro appeso alla parete del salottino. In quest’opera la luce scintilla sulla teiera d’argento, sul coltello appoggiato al piattino che contiene i dolci, ed addolcisce i lineamenti della donna assorta dallo studio a cui si sta dedicando. Il sapiente uso del colore, la leggerezza con cui Stevenson raffigura la trasparenza di un vaso di vetro o il pizzo dei polsini di un abito, fanno del pittore uno tra i più romantici artisti che hanno saputo dare grande importanza, in un dipinto, al drappeggio dei tessuti, alle ambientazioni, a tutti quei piccoli dettagli che rendono ricca e completa una raffigurazione.

 

Con Tove Jansson, scrittrice ed illustratrice, il tavolo del tè diventa fiabesco. Finlandese di nascita ma Svedese di adozione, la Jansson nel 1946 ha dato vita ad una lunga serie di romanzi e libri illustrati che hanno per protagonisti una famiglia di troll (i Mummin) ed un variopinto caravanserraglio di amici, animali e creature fantastiche. Ovviamente una mente così votata al fiabesco non poteva, nel suo lavoro di illustratrice, non dedicarsi a creare tavole per una pubblicazione in svedese de Lo Hobbit o di Alice nel paese delle meraviglie.

I disegni della Jansson sono a china,spesso minimali nei tratti e negli sfondi. Questi ultimi, specialmente nelle tavole dedicate alle illustrazioni di Alice nel paese delle meraviglie, sono del tutto assenti. La scena che raffigura il tavolo del tè dove si intrattengono il Ghiro, il Cappellaio Matto e la Lepre Marzolina, è assolutamente priva di ogni elemento che non sia strettamente necessario; eppure sembra contenere in sé una infinità di elementi, forse nascosti, ma che pur non essendo stati ritratti fanno sentire, prepotentemente, la propria presenza. La teiera ed una modesta pila di tazze suggeriscono infatti che sul tavolo, di cui vediamo solo una parte, possono trovarsi vassoi pieni di dolci, alzate che sorreggono torte a più strati, piatti ricolmi di babà e di bignè. Mentre la Lepre Marzolina ammicca con fare sornione, il Cappellaio Matto, con una pila di cappelli in testa e barba e baffi che lo fanno assomigliare ad un mago, si appoggia al Ghiro addormentato, e sembra immerso in meditazioni (o forse farneticazioni) che lo portano con la mente in uno spazio lontano. Un Cappellaio Matto che non ha nulla a che vedere con la dinamicità sopra le righe che ritroviamo nel romanzo di Lewis Carrol o nel panciuto (come una teiera) Cappellaio disegnato da Walt Disney nel 1951.

In Giappone, lo testimonia Okakuro Kakuzo, il tè è una vera e propria istituzione fatta di regole che però possono essere sovvertite. L’artista Mariko Mori, una delle icone più importanti dell’arte contemporanea, negli anni ’90 del secolo scorso ha dato vita ad un trittico fotografico dal titolo Tea Ceremony, Tea Ceremony II e Tea Ceremony III. Artista poliedrica, formatasi al Bunka fashion College di Tokyo e successivamente al Chelsea College of Art, la Mori utilizza nelle sue opere diversi titpi di linguaggio: fotografia e fotomontaggi, video, performance e installazioni, per dare forma a spazi che sono allo steso tempo reali e virtuali. Attratta dalla cibernetica nel ciclo Tea Ceremony Mariko Mori, insieme artista creatrice e musa ispiratrice, ritrae se stessa intenta a servire il tè indossando gli abiti di una OL (office lady), portandoli sopra tutine metalliche che fanno di lei una robotica assistente d’ufficio, strizzando l’occhio alle doll cibernetiche che affollano i romanzi di Philip Dick. L’austerità del rito del tè, ed il clichè della donna geisha assoggettata alla supremazia maschile, vengono sovvertiti da Mariko Mori, che lentamente sposta la scena dall’interno di un ufficio alla strada. Il fatto di rappresentare una donna robotica, forse aliena, è il messaggio che l’artista vuole lanciare. La donna giapponese in realtà si sente fuori luogo in un ambito di dominazione maschile; in un ritornello in loop che canta i suoni della tradizione che, in un paese che vuole ritenersi all’avanguardia, forse non hanno più senso. Uscire dagli schemi (l’assistente di studio che dall’ufficio approda in strada), forse è il passo che la società deve finalmente affrontare.

 

 

Che lo beviate soli come la donna ritratta da Stevens oppure in compagnia di amici come fa il Cappellaio Matto; che il vostro sia un tè costoso come il Da Hong Pao (1.2 milioni di dollari al chilo) o un semplice tè verde del supermercato, ogni tazza fumante può farvi partecipi di un numero incredibile di esperienze e scoperte. Oggi è toccato alla pittura, ma domani può essere la volta del cinema o della letteratura … in fondo tutto è arte.

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